L’arte di collezionare… mosche

L’interesse per le scienze della vita può avere le forme più strane, tanto che si può concretizzare nell’amore per le mosche, piuttosto che per altri bizzarri animali. Non ci credete? Non vi resta che leggere “L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg, recentemente pubblicato da Iperborea.

Questo libro parla di mosche, di storie di vita, di isole, di passioni, di biodiversità, di evoluzione e di entomologi. Può sembrare una strana miscellanea di argomenti ed è oggettivamente difficile classificare il libro di Sjöberg in quanto a genere, ma questa insolita eterogeneità di argomenti rappresenta uno degli aspetti che più si apprezzano di questo libro.

Nelle pagine di Sjöberg trova spazio non solo la sua caccia ai sirfidi (piccoli ditteri dalle strane forme), ma anche la vita di tanti entomologi, tra cui Olavi Sotavalta, entomologo finlandese il cui unico interesse al monto era calcolare la frequenza del battito alare degli insetti, e René Malaise, entomologo svedese che ha viaggiato per il mondo per gran arte della propria vita catturando insetti, tanto che sono innumerevoli gli insetti che in suo onore portano nel nome la parola malaisei, oltre che essere l’inventore della trappola Malaise, che ancora oggi viene utilizzata per le campagne di raccolta.

Leggendo Sjöberg non potrete che incuriosirvi per quelle strane creature che si aggirano per campi, parchi e giardini alla ricerca di insoliti trofei… non mi riferisco agli insetti, ma agli entomologi. Vi è mai capitato di vedere uomini adulti armati di retino o insoliti oggetti (denominati aspiratori entomologici) accucciati in mezzo a siepi o a scrutare piante? A me sì, nel senso che questo è ciò che spesso faccio destando la curiosità di chi mi guarda e la domanda cui mille volte ho risposto è: “Cosa faccio? Catturo afidi… per lavoro” e forse è per questo che ho letteralmente amato le pagine di questo libro. “Conosciamo tutti -scrive Sjöberg- l’immagine stereotipata dell’entomologo: un povero pazzo che corre a perdifiato per campi e prati inseguendo farfalle che fuggono. Anche a prescindere dal fatto che l’immagine non corrisponde del tutto al vero in generale, posso comunque assicurare che non corrisponde per niente al vero per quanto riguarda i collezionisti di sirfidi. Noi siamo gente tranquilla e un modo di muoverci sul terreno piuttosto aristocratico. Non che correre sia incompatibile con la nostra dignità, ma sarebbe inutile visto che le mosche sono troppo veloci. Perciò ce ne stiamo fermi e (…) chi ci passa accanto può facilmente avere l’impressione che il cacciatore di mosche sia una specie di convalescente, al momento immerso in qualche forma di meditazione”.

Meditare sui sirfidi? Se vi state chiedendo cosa siano i sirfidi, non siete i soli. L’Enciclopedia Treccani, ad esempio, li descrive come una “famiglia di insetti Ditteri con circa 4000 specie diffuse in tutto il mondo; di vario aspetto e dimensioni, diversi somigliano ad api, bombi e vespe. Gli adulti si librano in volo e sono, fra i Ditteri, i più attivi pronubi delle piante. Alcune larve sono fitofaghe, altre saprofaghe e vivono in acque putride, escrementi, materie decomposte ecc.; molte cacciano Afidi e altri Insetti”… un po’ asettica come descrizione! Sjöberg scrive invece che “i sirfidi sono bestiole miti, facili da collezionare e che si presentano con molti travestimenti. A volte non sembrano neanche mosche. Alcuni assomigliano alle vespe, altri alle api, ai terebranti, agli estridi o a quelle zanzare filiformi dalle zampe delicate, tanto piccole che la gente normale nemmeno ci fa caso. Diverse specie hanno invece l’aspetto di grossi, ispidi bombi, con tanto di ronzio e di polline nella peluria. (…) Agli uccelli piace mangiare la mosche, mentre normalmente evitano gli imenotteri, che possono pungere. E così l’eterna corsa agli armamenti della natura ha prodotto quantità di mosche inermi che sono la fedele riproduzione di ogni genere di cose sgradevoli. Perché propri i sirfidi siano diventati tali maestri dell’imbroglio non lo so, ma è un dato di fatto”.

Studiare insetti simili può sembrare strano, tanto più in un momento in cui la ricerca di base tende ad essere vista come un lusso rispetto alla necessaria ricerca applicata, ma lo studio dei sirfidi (così come quello della biodiversità più in generale) è meno banale di quanto si possa pensare. “Anche la storia dei sirfidi -scrive Sjöberg- in fin dei conti è questione di comprensione, diciamo di più… di comprensione linguistica. (…) Consideriamo dunque per un momento la leggibilità del paesaggio: come la natura possa essere capita più o meno come la letteratura, o percepita allo stesso modo dell’arte e della musica. E’ sempre questione di conoscenze linguistiche. Ora è vero che si può obiettare che chiunque a prescindere dall’istruzione e dall’abitudine può capire la bellezza di certe opere d’arte. Tuttavia anche l’arte ha un proprio linguaggio che deve essere imparato, anche la musica ha le sue sfumature nascoste. Per la letteratura i presupposti sono più evidenti. Se non si sa leggere, non si può leggere. E quando dico che il paesaggio può trasmettere una specie di esperienza letteraria a diversi livelli di profondità intendo proprio questo: prima di tutto bisogna conoscere la lingua. In un dizionario fatto di animali e di piante, dunque, le mosche sono vocaboli in grado di narrare storie di ogni tipo seguendo il codice di leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia”.

Riconoscere un insetto e sapere perché vola proprio in quel luogo e in quel momento ci da molte informazioni che non sono limitate alla sua presenza/assenza. Ci aiuta a leggere l’ecosistema che abbiamo di fronte e a valutarne lo stato di salute, a capire la sostenibilità delle nostre attività e l’importanza delle specie viventi in quel complesso sistema di interazioni alla base dei servizi degli ecosistemi di cui noi abbiamo un assoluto bisogno.