Questioni di tifo

Un paio di settimane fa sono stato al Darwin Day di Terni, a parlare di antidarwinismo. È stato un bell’incontro, cui è seguito un dibattito vivace e stimolante. Avevo iniziato a scrivere un resoconto della giornata ma poi i pensieri hanno preso la strada che volevano loro e quindi eccomi qui a parlare di tifo. Quello da stadio, per intenderci.Non


Un paio di settimane fa sono stato al Darwin Day di Terni, a parlare di antidarwinismo. È stato un bell’incontro, cui è seguito un dibattito vivace e stimolante. Avevo iniziato a scrivere un resoconto della giornata ma poi i pensieri hanno preso la strada che volevano loro e quindi eccomi qui a parlare di tifo. Quello da stadio, per intenderci.

Non sono un appassionato di calcio e ho sempre osservato da esterno le discussioni fra i tanti amici tifosi. Tifare vuol dire sentirsi parte di un gruppo, dimostrare lealtà e sostenersi a vicenda, anche quando si tratta di reclamare un fuorigioco o insultare un arbitro e tutta la sua stirpe andando a ritroso di parecchie generazioni. Niente di nuovo sotto il sole, dinamiche del genere sono studiatissime e, ovviamente, non si limitano al calcio. Sono molto diffuse, per esempio, anche in politica, dove chiunque abbia un colore politico anche solo minimamente diverso dal proprio ha spesso torto a prescindere.


Neanche il mondo scientifico è immune dalla sindrome delle tifoserie, soprattutto su quei temi controversi che vanno a coinvolgere aspetti etici, filosofici, politici e religiosi. Cioè tutti quegli elementi che, spesso, hanno la meglio nell’influenzare le nostre decisioni. Proviamo ora a immaginare un osservatore esterno, che assista a uno di questi dibattiti: egli vedrà due schieramenti scontrarsi con vigore, esibendo dati e citando scienziati in un turbinio di numeri, parole tecniche e prestigiosi virgolettati. Il nostro povero osservatore, che di scienza non capisce molto, si farà l’idea che gli scienziati stessi sono divisi sul tema in questione e che entrambe le posizioni sono quindi credibili dal punto di vista scientifico. Tutto ciò rappresenta un serio problema per chi fa comunicazione della scienza, poiché non sempre le evidenze scientifiche sono distribuite equamente – sia in termini di quantità che, soprattutto, di qualità – ai due lati della barricata.

Il che ci riporta all’antidarwinismo.

L’antidarwinismo esiste fin da quando Darwin ha pubblicato L’origine delle specie e da allora ha subito, ironia della sorte, una vera e propria evoluzione. Creazionismo hardcore (cioè quelli che credono che la Bibbia vada interpretata più o meno letteralmente), evoluzionismo teistico, intelligent design, neoantidarwinismo (di cui ho parlato qui); nella nebulosa antidarwinista c’è spazio per tutti. Le argomentazioni sono sempre le stesse, come pure le strategie retoriche. Una delle più sfruttate è quella che consiste nel mettere alla sbarra un darwinismo spesso ipersemplificato, distorto, radicale, rigidamente riduzionista e, soprattutto, impregnato fino al midollo di ateismo militante (qualcuno ha detto Richard Dawkins?), sostenendo che tutti i darwinisti sono così e che hanno dato vita a un dogma inattaccabile che condiziona tutta la ricerca in biologia. Partendo da qui, la critica antidarwinista si muove quindi su due binari: da un lato si contesta chi usa la teoria di Darwin per supportare filosofie materialistiche e atee, e per dimostrare scientificamente che non esiste alcun dio; dall’altro si sostiene che la stessa teoria darwiniana non è scienza ma filosofia. In pratica, un’opinione.

Ora, sul primo punto si potrebbe anche essere d’accordo. Darwin ha dimostrato che la scienza non ha bisogno di una divinità per spiegare i fenomeni del mondo naturale. Non ha dimostrato l’inesistenza di una qualsiasi divinità. Anche perché una dimostrazione simile non ha senso, da un punto di vista scientifico. La scienza non si occupa di divinità.

Il secondo punto, invece, è una bufala. Il problema è che questa bufala è sostenuta anche da alcuni scienziati. Pochi, non sempre molto competenti in biologia, a volte condizionati da posizioni religiose (ma ce n’è anche qualcuno ateo), spesso convinti che la vera scienza sia solo quella che può essere testata in laboratorio, il che significa che siccome non si può riprodurre in un esperimento l’evoluzione di una rana in una lucertola, allora la biologia evolutiva non è scienza.

Il punto è che tanto la figura storica di Darwin quanto la teoria dell’evoluzione si ritrovano al centro di una battaglia nella quale la scienza rischia di essere l’unica a perderci. Fin da quando pubblicò L’origine delle specie, lo scienziato inglese si sforzò di non farsi coinvolgere nel dibattito fra atei e credenti. Sono passati più di 150 anni e la situazione non è cambiata, il che ci riporta alla sindrome delle tifoserie: scienza versus fede, ennesimo round. Siccome ora ci sono anche antidarwinisti che prendono le distanze da qualsiasi forma di creazionismo (incluso quello criptico che si cela dietro all’intelligent design), il rischio è che il dibattito venga visto – dal nostro solito osservatore esterno e digiuno di scienza – come uno scontro fra una scienza darwiniana dogmatica, atea e intollerante da un lato, e una scienza antidarwiniana aperta e non dogmatica dall’altro.

Come fare per uscire da questo inghippo?

Tanto per cominciare, per contrastare gli antidarwinisti bisogna conoscerne l’evoluzione. Per esempio, alcuni di loro non propongono spiegazioni alternative finalistiche, quindi non li si dovrebbe chiamare creazionisti. D’accordo, usano gli stessi argomenti della destra fondamentalista americana, anche nei rari casi in cui non se la prendono con Darwin, però non propongono una spiegazione basata su un creatore o un qualsivoglia disegno (in realtà non propongono nulla, ma questa è un’altra storia). Ergo, non sono creazionisti. Inutile criticarli quando generalizzano – “tutti i darwinisti la pensano come Dawkins” – se poi si è i primi a farlo.

Altra cosa: bisogna raccontare meglio l’evoluzione e la teoria che la spiega, per esempio sfatando le bufale che la riguardano, spiegando che si è fatto qualche passo avanti rispetto al neodarwinismo degli anni ’30, e facendo molta più attenzione alle parole che si usano. Per fare questo è necessario migliorare la qualità sia dell’informazione nei mass media sia dell’istruzione, anche per non dover più vedere certi titoli sui giornali o certe immagini sui libri di testo.

Oltre a ciò, penso sia veramente giunto il momento di lasciar fuori la religione dal dibattito. Che senso ha usare Darwin per dimostrare che dio non esiste? Scientificamente parlando, nessuno. Qualcuno obietterà dicendo “però ci sono religiosi che pretendono di addomesticare la scienza”. È vero, e quindi? Si risponde cercando di fare la stessa cosa? La scienza non si occupa degli dei, quindi lasciamoli dove sono e togliamo agli antidarwinisti uno dei loro argomenti preferiti.

C’è poi la questione dei termini. Personalmente, “darwinismo” non mi piace, sa un po’ di ideologia. Anche per questo sono contento che la versione più recente della teoria dell’evoluzione si chiami Sintesi Estesa (la versione precedente si chiamava Sintesi Moderna ma anche neodarwinismo, quindi siamo sempre lì). Lasciamo l’ideologia agli “anti”, la scienza non ne ha bisogno. E neanche la laicità.

Infine, mi piace l’idea, accennata anche all’inizio dell’incontro di Terni e già messa in pratica in alcuni casi, di cambiare nome al Darwin Day per chiamarlo Evolution Day. Il che non significa dimenticarsi del buon vecchio Charles, bensì rendere giustizia alla sua natura di scienziato scettico e poco incline a farsi tirare la giacchetta nel dibattito fra credenti e non credenti. Trasformandolo in una bandiera lo si rende solo un facile bersaglio per chi critica la scienza per motivi che di scientifico hanno ben poco; si rischia quindi di innescare la sindrome delle tifoserie e di trasformare lo scienziato inglese in un simbolo disturbante per chiunque creda in una qualsiasi divinità. Il modo migliore per celebrare Darwin è sbugiardare le falsità che gli antidarwinisti raccontano su di lui e la sua teoria, non sbatterlo in prima linea in una battaglia che lui per primo non avrebbe voluto combattere.

Michele Bellone